Intervista di Eleonora Marsella

Come nasce quest’opera letteraria?

Questo romanzo nasce dall’esigenza di voler far conoscere la mia personale esperienza da soldato durante la missione italiana di pace nel Kosovo, povera provincia dell’ex Jugoslavia martoriata dalla guerra. Un libro che fa rivivere i momenti e gli stati d’animo di chi era in prima linea e operava con tanta difficoltà nell’inferno della guerra, dove violenza e odio sono i protagonisti assoluti di una sanguinosa realtà e dove povertà e fame rappresentano il crudo scenario con cui dover fare i conti ogni giorno, ogni ora, ogni singolo minuto. Un libro che mette in evidenza la mia maturazione personale nel voler contribuire con la mia goccia di pace e solidarietà a prosciugare l’oceano scarlatto e devastante della guerra.

Quale messaggio vuoi trasmettere a tutti coloro che si ritroveranno tra le mani questo libro?

Il messaggio che voglio trasmettere attraverso questo libro è quello di raccontare, più da vicino, l’operato e il sacrificio dei militari italiani, impegnati ogni giorno, nelle missioni di pace nel mondo. E’ voler raccontare ciò che si prova quando ci si trova di fronte gli occhi scuri della guerra, sotto il fuoco nemico, con l’adrenalina a mille e l’odore della polvere da sparo, la fredda e cruda realtà della fame, della violenza e dell’odio in nome di una politica avida, sporca e corrotta, che divora tutto superando barriere e mascherando verità troppo scomode da poter rendere pubbliche.

Cosa pensi dell’editoria d’oggi?

La maggior parte della gente ritiene che l’editoria stia morendo; io ritengo che non stia morendo ma che stia subendo un processo di evoluzione. L’editoria sta seguendo un percorso per certi versi simile a quello che ha avuto la musica una decina di anni fa. Le catene di produzione stanno saltando e anche la distribuzione cambia di conseguenza, di pari passo con le modalità di consumo. Questo comporta la necessità di ripensare i ruoli professionali tradizionali e l’emergere di nuove tipologie di lavoratori cognitivi che si collocano in modo diverso rispetto ai flussi di valore immateriale: cultural blogger, social media manager, curator, information designer. Con il proliferare delle fonti e dei canali, non necessariamente di bassa qualità, avranno un ruolo sempre più centrale quegli attori in grado di “curare” l’informazione proponendo letture della complessità. Qualcosa di simile a quello che fanno i dj. Una conseguenza importante sarà (ed è già, in realtà) la progressiva perdita d’importanza dell’autorevolezza tradizionale nel dibattito culturale a favore di nuove forme legate al capitale simbolico e alla reputazione mediata tecnologicamente. L’editoria, in particolare quella indipendente, cambia velocemente e risponde quasi in tempo reale al modificarsi della realtà. La specificità di questi ultimi anni è il moltiplicarsi di riviste, pubblicazioni, libri a livello globale. La rivista è diventata uno dei medium preferiti dalla generazione degli Anni Zero per poter esprimere un pensiero e condividerlo con altri. Ovviamente gran parte di queste realtà sono effimere e con una vita breve. Riflettendo sull’editoria e in generale sulla produzione culturale, spesso si dimentica di sottolineare come l’offerta sia superiore alla richiesta. C’è una sovrapproduzione di contenuti che finiscono in un buco nero. Conta più piantare che far sedimentare. La tecnologia non fa altro che esasperare questo aspetto. La differenza principale tra l’onpaper e l’online è nella temporalità della ricezione e nella specificità dei device. Non è lo strumento in sé l’oggetto della questione, ma come esso viene usato. Indipendentemente se si parli di ieri, oggi o domani.

Leggi il mio libro perché…

Per far conoscere alla gente comune la vera realtà e le difficoltà che vivono, ogni giorno, i militari italiani impegnati nelle missioni di pace nei teatri di guerra. Purtroppo, la maggior parte della gente ritiene, in maniera del tutto superficiale e sconsiderata, che i militari italiani scelgano di partire per le missioni solo ed esclusivamente per soldi. Voglio precisare e smontare questo “luogo comune”, nel voler spiegare che l’aspetto economico non è l’unico stimolo che spinga un militare a fare questo tipo di scelta. Chi sceglie di partire lo fa per dare il suo contributo e per portare un briciolo di pace e solidarietà lì dove la guerra ha lasciato i segni indelebili della fame e le cicatrici della povertà, gli strascichi di una folle ed inaudita violenza e di odio. Il mio intento è quello di mettere in luce anche un altro aspetto, che è stato oggetto di molte polemiche e numerosi studi, mi riferisco all’Uranio Impoverito presente su tutto il territorio dell’Ex Jugoslavia. Un tema molto “caldo” che ha provocato la morte di migliaia di militari italiani impegnati sul territorio. Nel mio libro è presente una sottile vena di denuncia per questo argomento che ha provocato gravi conseguenze a tutte le vittime da “Uranio Impoverito”. Un grido di “Giustizia” per tutti i militari che si sono ammalati, a distanza di anni, perché ignari di verità nascoste e insabbiate dalle autorità militari e civili.

Progetti futuri?

Attualmente sto lavorando al mio nuovo e terzo libro che tratta la mia dolorosa esperienza della malattia, della mia battaglia contro il “cancro” e la mia “rinascita”. Sto investendo tutte le energie a disposizione per proporre un libro che sia un valido strumento per chi ogni giorno combatte contro questo terribile “male”. Questo libro rappresenta un inno alla lotta, una fonte di forza per affrontare e vincere la malattia, vuole essere un incoraggiamento ad assumere un atteggiamento mentale positivo e forte durante la “battaglia”. La malattia e la lotta per sconfiggerla possono essere infatti uno stimolo per un cambiamento necessario, una seconda chance, l’occasione di ripartire da zero, di “rinascere”. Non voglio certo offrire una speranza a buon mercato di guarigione dal cancro, perché non ho tale potere e perché la speranza è insita in ognuno di noi e ogni individuo ha il compito di trovare il proprio modo per dare corpo alla sua personale speranza. Eppure, la guarigione grazie al cielo spesso arriva, sono tante le persone che sconfiggono il cancro definitivamente. Questo mio racconto intende restituire al malato di tumore la sua dignità; non ci si deve nascondere o vergognare del tumore (sentimento che ho provato sulla mia pelle), né tantomeno sentire un peso da gestire a livello economico e sociale.  La mia esperienza vuole invece incoraggiare gli altri a concedersi la libertà di “essere” anche nella sofferenza, chiamando il cancro per nome, ad esempio. Dal cancro si può guarire e si guarisce, il percorso è lungo e durissimo ed il prezzo da pagare è molto alto, ma non bisogna mai mollare, mai abbassare lo sguardo e fare tutto ciò che è in nostro potere perché il cancro non ci colpisca. Per concludere, mi auguro di riuscire a pubblicare questo nuovo progetto attraverso un grande e serio editore, che investa sul mio potenziale e creda nel mio “modus operandi letterario”.




Il tuo libro manifesta una velata denuncia riguardo un tema molto caldo e discusso che è stato oggetto di molte polemiche e numerosi studi, mi riferisco “all’Uranio Impoverito”presente nell’Ex Jugoslavia, vuoi spiegarci meglio quale sia il tuo pensiero a riguardo?

Sono stati numerosi i militari italiani che sono morti di cancro che avevano partecipato alle missioni di pace nei Balcani. E’ stata indetta anche una commissione medico militare per verificare se ci fosse una correlazione scientifica tra l’Uranio Impoverito (DU) e i tumori. Nella stragrande maggioranza dei casi, le autorità competenti hanno voluto insabbiare tutto e non riconoscere la verità delle cose. Una cosa è certa e mi sento in dovere di dirla, a noi che eravamo lì, impegnati in tutte le operazioni logistiche non ci veniva comunicato nulla a riguardo. I nostri superiori avevano minimizzato il problema e la NATO ci aveva aumentato l’indennità giornaliera. Questo per dire, che hanno voluto nascondere i danni provocati dall’Uranio Impoverito e hanno voluto pagare il nostro silenzio. Su questa faccenda vengono discusse quattro tesi principali riguardanti l’uso di armi all’Uranio impoverito in Jugoslavia da parte della NATO negli anni 90. La prima tesi sostiene che il DU è dannoso e pericoloso, non solo come agente tossico chimicamente, ma anche dal punto di vista radiologico. La seconda sostiene che le autorità politiche e militari italiane non potevano non essere informate sulla pericolosità del DU e sul suo utilizzo negli scenari di guerra dell’ultimo decennio e che non è vero, poi, che le armi al DU non siano proibite a livello internazionale. La terza tesi sostiene, come sia lecito attendersi, l’insorgenza di tumori da DU nei militari italiani, effettuando una stima dei casi attesi nella popolazione oltre che nei militari. La quarta tesi mette in evidenza come la presenza di DU sia difficile da determinare sperimentalmente con rilevazioni sul campo. In aggiunta, il problema “DU nei Balcani” è solo la punta dell’iceberg delle conseguenze di una guerra chimica, radiologica ed ecologica condotta dalla NATO contro la Jugoslavia e contro l’intero sistema ambientale dei Balcani. Io ritengo che, malgrado non vogliano riconoscerlo, ci sia una stretta correlazione tra l’Uranio Impoverito e l’insorgenza di malattie neoplastiche. A dimostrazione di quanto dico, basti pensare che gli alleati americani che operavano sul nostro stesso territorio indossavano delle mute speciali e delle mascherine come protezioni, al contrario di noi italiani che operavamo a mani nude e senza alcun tipo di tutela.

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